Note biografiche di Capitani di Guerra e di Condottieri di Ventura
operanti in Italia nel 1330 1550
INDICE ANAGRAFICO - Legenda indice
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Web www.condottieridiventura.it
2. IL SISTEMA DEI CONDOTTIERI

2.1

ei primi anni del Trecento vi sono dei cambiamenti nel reclutamento dei mercenari; dall’assunzione individuale (o di gruppi al massimo di un centinaio di uomini) si passa ad ingaggiare compagnie intere. Il sistema delle condotte va a pennello per i comuni: è infatti più facile arruolare un “imprenditore” che migliaia di singole persone e, inoltre, dal punto di vista bellico pare ragionevole impiegare soldati che sono già abituati a combattere insieme.
Nella storia militare, d’altra parte, si trovano infiniti esempi di problematiche organizzative e dirigenziali che sembrano mostrare straordinaria affinità, se non piena coincidenza, con temi che consideriamo propri ed esclusivi del management moderno.
La tendenza dell’uomo medievale ad associarsi e a porsi sotto un protettore ha alla sua origine, oltretutto, motivi specificamente economici: il singolo cavaliere, per condurre un’eventuale vita peregrinante (il che significa dover sostentare se stesso, lo scudiero, il proprio cavallo e quello di ricambio) deve affrontare un numero assai alto di spese; è di gran lunga più semplice e redditizio cercarsi qualcuno che lo prenda a servizio e che sia in grado di retribuirlo con una certa regolarità.
Le compagnie, in breve, divengono strutture complesse e ben organizzate: le maggiori risultano poi un amalgama di gruppi più piccoli per un totale di varie centinaia di professionisti. Le decisioni più importanti vengono prese di comune accordo fra il condottiero generale e gli altri capi minori a lui confederati; il bottino viene diviso tra i membri della compagnia tenendo conto del rango e del tipo di servizio prestato.
Per gli animi più irrequieti, per i figli cadetti senza alcuna sinecura, per i bastardi della nobiltà minore, è del tutto naturale paragonare i profitti lenti e faticosi dell’agricoltura o della bottega, le loro rendite scarse e incerte, alle fortunate rapine e alle possibilità di bottino offerte dai numerosi conflitti in essere: sciami di banditi, di venturieri desiderosi di esercitare la professione del latrocinio legalizzato sotto i più onorevoli nomi di guerra e di conquista, aspirano a trovare nel mestiere delle armi la possibilità di una sistemazione definitiva.
Inevitabile, quindi, che la valutazione delle compagnie di ventura, almeno per quelle esistenti tra il 1365 e il 1380, sia estremamente simile al giudizio espresso da Amedeo di Savoia e riportato dal Cognasso. Eccezion fatta che per pochi valorosi, il Conte Verde depreca che nella compagnia di Anichino di Baumgarten vi siano solo dei “trouans”, degli straccioni, giudizio che viene esteso a tutti gli avventurieri, definiti senz’altro “toutz guarzons, tous ribaus”, gente di nessun conto – la condanna ha un ineccepibile retrogusto di squisitezza sociale piuttosto che morale, e trova la propria sostanza nel fatto che le compagnie accomunano gli spostati della piccola nobiltà come dei più bassi ceti. La promiscuità sociale resta, seppur con limiti che sono facilmente intuibili, una delle peculiarità del mondo dei soldati professionisti: al suo interno, le rigidi divisioni di casta, lungi dallo scomparire, perlomeno si attenuano e giustificano l’ascesa di uomini altrimenti condannati al sottopancia della società.

2.2

e compagnie di ventura non si possono dire un’istituzione del Medioevo, e neppure un’istituzione moderna; proprie di un periodo di transizione, di questo condividono il carattere eminentemente temporaneo.
Lo spirito del nuovo Rinascimento italiano, tuttavia, penetra e si manifesta anche in esse; le compagnie italiane, specie con la presenza di Alberico da Barbiano, assumono una forma diversa. Mentre le straniere sono comandate da un consiglio di caporali, ognuno dei quali ha molta autorità sopra i suoi uomini, che possono anche essere suoi vassalli, al contrario in Italia l’importanza e la forza della compagnia dipendono dal valore e dal genio militare di chi la comanda e in qualche modo quasi la personifica.

I soldati ,come scrive P.Villari, obbedivano alla volontà suprema del capo, senza però essere legati a lui da alcuna fedeltà o sottomissione personale, pronti ad abbandonarlo per un capitano più famoso o una paga maggiore. La guerra divenne l’opera di una mente direttrice, l’esercito fu unito dal nome e dal valore del capitano, la battaglia fu come una sua creazione militare (…) Per molti lati la sua sorte ed il suo carattere somigliavano a quelli del tiranno italiano. Alla testa di un’amministrazione complicata e difficile, doveva ogni giorno pensare a raccogliere nuovi soldati, onde riempire i vuoti che faceva nelle sue file non tanto il ferro nemico quanto la continua diserzione e trovare ogni giorno i danari, coi quali pagare nella pace e nella guerra i suoi uomini. Egli era in continua relazione cogli Stati italiani, per cercare condotte, per avere danari colle minacce o colle promesse, per dare ascolto a coloro che, con maggiori offerte, volevano levarlo al nemico (1).

R. de la Sizeranne, nella sua biografia di Federico da Montefeltro, sottolinea ripetutamente questi aspetti di autonomia, avvicinanandoli al concetto moderno di impresa intesa come attività economica organizzata per la produzione di beni o la fornitura di prestazioni specialistiche.

Il condottiero era (…) un imprenditore militare, o, se si vuole, uno che conduceva truppe al soldo di uno Stato, repubblica, regno o papato, e contraeva ferme a tempo determinato per sé e per i suoi uomini. Non era pagato in rapporto ai servizi particolari, battaglia vinta o città presa (…) ma per anno o mese e secondo il numero di uomini e di cavalli, di macchine e di armi che manteneva. Le sue truppe, benché le arrolasse (…) lui stesso e ne fosse responsabile non costituivano una sua forza personale. Il solo legame che le teneva unite era la paga. Se i soldi tardavano a venire era lo sbandamento completo. Ora, il condottiero non era tanto ricco da pagarle, altrimenti non sarebbe stato condottiero, ma sovrano indipendente. A parte un gruppetto di amici, parenti, gentiluomini alla sua scuola o veterani che seguivano la sua fortuna, la sola forza che egli rappresentasse era in lui: bravura, esperienza, conoscenze tecniche, prestigio del nome e dei successi avuti, proprio come avviene per un architetto, un imprenditore, un ingegnere cui si affidi un lavoro con la possibilità di assumere operai e pagare i materiali. E non più di quanto si penserebbe oggi di gridare al delitto o al tradimento dell’architetto che, una volta costruitaci la casa, accettasse l’ordinazione del nostro vicino – e magari rivale – non ci si indignava allora se il condottiero (…) passava al nemico una volta terminata la ferma (2).

otto il punto di vista dell’accentuata professionalizzazione dei combattenti, questo è senza dubbio vero. Tra i condottieri italiani si è sviluppata, per la prima volta dopo l’antichità, una vera arte della guerra: essi riesaminano i problemi bellici mediante criteri scientifici e, tenendo conto anche dello spirito, delle aspirazioni, dei bisogni delle milizie comandate, li risolvono perfezionando l’arte della manovra il che permette un maggior risparmio e consente di affrontare le battaglie con piccoli reparti di cavalleria pesante, economicamente distribuiti e con forti riserve, destinati a intervenire solo nei momenti decisivi.
Quanto sin qui esposto, non deve comunque indurre a ritenere che sia del tutto lecita la sovrapposizione tra la figura del condottiero e quella del moderno manager: troppe sono le differenze, che affondano tanto in ragioni culturali quanto in ragioni sociali. Se si possono riscontrare affinità di tipo strutturale per quel che riguarda l’approccio organizzativo o le modalità di reclutamento, bisogna tenere bene a mente che il capitano di ventura, come del resto l’architetto evocato dal de la Sizeranne, è figlio del suo tempo e partecipa alla peculiare temperie che plasma l’uomo del tardo Medioevo. Nei suoi comportamenti, nelle credenze, persino nelle stereotipie, rintracciamo chiaramente motivazioni che nulla hanno a che fare con l’indifferenza operativa dell’uomo d’affari ottonovecentesco.
Il soldato professionista è un ibrido che, se rimanda per sagacia e competenza tecnica ad una moderna immagine di esperto del settore, è però attraversato da pulsioni tipicamente medievali: è per natura un irregolare, apparentabile ai personaggi che emergono dalle pagine di Villon, rammenta da vicino lo sbandato Alain le Gentil descritto da Marcel Schwob nelle sue Vite immaginarie.
Altre, più viscerali urgenze sono spesso anteposte agli interessi razionali del guadagno: il desiderio d’avventura, la rissosità, il puntiglio d’onore, la vendetta feroce – né d’altronde la stessa sete di ricchezze è padroneggiata con l’astuzia pacata che siamo soliti associare al mondo degli affari contemporaneo. Nei condottieri convivono due dimensioni antitetiche e che di continuo tendono a sopraffarsi: da un lato l’aspetto meramente professionale, dall’altro quello “vocazionale”, una vocazione al vivere irrequieto, errabondo, che trae le sue origini dalle profonde insicurezze del tempo.
I guerrieri di mestiere sono freddi e calcolatori, valutano il rischio da correre in base a ciò che verrà loro nella borsa, eppure sono pronti ad improvvisi colpi di testa, rivelatori di quanto prepotentemente agiscano in loro ideali, corrosi senza dubbio, ma ancora vitali: i cimieri, le orifiamme, i blasoni, i rituali complicati, i tornei, le grida di combattimento sono evidenti segnali di come l’esercizio della guerra pretenda avere un carattere spiccatamente individuale, anche se poi è paradossalmente smentito dai fatti.
Il capitano di ventura (già in questa definizione notiamo una sfumatura quasi picaresca) è partorito dal connubio di opposte polarità: le scorie residue dell’ideale cavalleresco (scorie comunque avvelenate, come abbiamo visto seguendo le indicazioni di Jacques Heers) e la potente molla di promozione economica e sociale che fa dire ad Eustachio di Ribeaumont: “Je sui uns povres homs qui desire mon avancement”.
Sono allora assai indicativi i principi pedagogici indirizzati agli aspiranti combattenti del Cinquecento, e in toto segnalati da Gauthiez nella sua biografia su Giovanni dalle Bande Nere (quest’ultimo non a caso trasformato poi in eroe popolare fascista, anche a causa di un certo peculiare stile di vita):

Chasse l’oysiveté, la mère de tout vice,
et, grand seigneur, appren les mestiers d’un soldart;
sauter, luiter, courir, est honneste exercise,
bien manier chevaux et bien lancer le dart (3),

on basta, perché con l’avanzare del secolo quindicesimo vi è un’ulteriore percettibile modificazione del concetto di condottiero, ed è una modificazione strettamente legata all’affermazione dei vagheggiamenti umanistici.
“Le vittorie consistono in la virtù del capo et de pochi electi et non in la moltitudine”: sono parole di Bartolomeo d’Alviano in una lettera inviata al senato veneziano nel 1508 dopo la vittoriosa giornata di Tai di Cadore. Esse esprimono la sua concezione, in perfetta coerenza con gli ideali del Rinascimento, del condottiero come uomo superiore in grado di provvedere a tutto e di trascinare la folla dei soldati con il suo carisma. Per lui, come d’altra parte per molti altri capitani, la battaglia è impeto, è un insieme di atti di valore personale, coraggiosa ricerca dell’onore; onore vuol dire anche risollevare le sorti del combattimento con un’impresa audace, trascinare con l’esempio e la parola alla vittoria i soldati meno preparati, impedire la fuga dei vili.
Sempre sulla discriminante della professionalità, vale per il de la Sizeranne la distinzione tra buono e cattivo condottiero, dove il secondo è colui che viola i suoi impegni, mette il denaro della truppa in tasca, mantiene soltanto duecento cavalieri quando ne ha promessi seicento, spende la loro rata per far dipingere capolavori da Piero della Francesca, morde la mano che lo paga: uno così è (Sigismondo Pandolfo) Malatesta. Il buon condottiero è quello che rispetta le promesse, esegue tutte le clausole del trattato, rifiuta di pranzare dal nemico, lo batte talvolta, saccheggia solo le città della parte avversa, si mette a massacrare coloro che proteggeva la vigilia solo quando il contratto è scaduto ed è trascorso il giusto intervallo per il rinnovamento della condotta. E’ il caso del conte di Urbino (4).

Il condottiero, per ciò che deve fare e per il suo tempo, è anche un uomo colto: colto, ovviamente, d’una cultura specialistica, che presuppone l’insegnamento pratico di un maestro e che include nozioni varie di arte della guerra, di medicina traumatica, di poliorcetica, di ingegneria militare, di fabbricazione e cura delle armi e degli strumenti d’assedio, nonché informazioni sulle consuetudini giuridiche e feudali del mondo laico ed ecclesiastico.
Molti sono ignoranti, illetterati, ma Federico da Montefeltro sa di poesia e di patristica, colleziona (come Domenico Malatesta) libri rari, meritando dal Castiglione il titolo di “lume d’Italia”; Pandolfo Malatesta parla tre lingue e scrive in buon latino. Tra i condottieri italiani in azione tra la fine del Trecento e il Quattrocento, si annoverano poeti di alta, buona e media qualità quali Bruzio Visconti, Astorre Manfredi, Antonio da Montefeltro, Andrea Malatesta e Malatesta Malatesta (quest’ultimo non a caso detto dei Sonetti); Costanzo Sforza ebbe anch’egli una certa fama come poeta e molti altri come l’Alviano o i vari capitani di casa Gonzaga sono amici di umanisti.


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