2. IL SISTEMA DEI CONDOTTIERI
2.1
ei
primi anni del Trecento vi sono dei cambiamenti nel reclutamento
dei mercenari; dall’assunzione individuale (o di gruppi al
massimo di un centinaio di uomini) si passa ad ingaggiare compagnie
intere. Il sistema delle condotte va a pennello per i comuni: è
infatti più facile arruolare un “imprenditore”
che migliaia di singole persone e, inoltre, dal punto di vista bellico
pare ragionevole impiegare soldati che sono già abituati
a combattere insieme.
Nella storia militare, d’altra parte, si trovano infiniti
esempi di problematiche organizzative e dirigenziali che sembrano
mostrare straordinaria affinità, se non piena coincidenza,
con temi che consideriamo propri ed esclusivi del management moderno.
La tendenza dell’uomo medievale ad associarsi e a porsi sotto
un protettore ha alla sua origine, oltretutto, motivi specificamente
economici: il singolo cavaliere, per condurre un’eventuale
vita peregrinante (il che significa dover sostentare se stesso,
lo scudiero, il proprio cavallo e quello di ricambio) deve affrontare
un numero assai alto di spese; è di gran lunga più
semplice e redditizio cercarsi qualcuno che lo prenda a servizio
e che sia in grado di retribuirlo con una certa regolarità.
Le compagnie, in breve, divengono strutture complesse e ben organizzate:
le maggiori risultano poi un amalgama di gruppi più piccoli
per un totale di varie centinaia di professionisti. Le decisioni
più importanti vengono prese di comune accordo fra il condottiero
generale e gli altri capi minori a lui confederati; il bottino viene
diviso tra i membri della compagnia tenendo conto del rango e del
tipo di servizio prestato.
Per gli animi più irrequieti, per i figli cadetti senza alcuna
sinecura, per i bastardi della nobiltà minore, è del
tutto naturale paragonare i profitti lenti e faticosi dell’agricoltura
o della bottega, le loro rendite scarse e incerte, alle fortunate
rapine e alle possibilità di bottino offerte dai numerosi
conflitti in essere: sciami di banditi, di venturieri desiderosi
di esercitare la professione del latrocinio legalizzato sotto i
più onorevoli nomi di guerra e di conquista, aspirano a trovare
nel mestiere delle armi la possibilità di una sistemazione
definitiva.
Inevitabile, quindi, che la valutazione delle compagnie di ventura,
almeno per quelle esistenti tra il 1365 e il 1380, sia estremamente
simile al giudizio espresso da Amedeo di Savoia e riportato dal
Cognasso. Eccezion fatta che per pochi valorosi, il Conte Verde
depreca che nella compagnia di Anichino di Baumgarten vi siano solo
dei “trouans”, degli straccioni, giudizio che viene
esteso a tutti gli avventurieri, definiti senz’altro “toutz
guarzons, tous ribaus”, gente di nessun conto – la condanna
ha un ineccepibile retrogusto di squisitezza sociale piuttosto che
morale, e trova la propria sostanza nel fatto che le compagnie accomunano
gli spostati della piccola nobiltà come dei più bassi
ceti. La promiscuità sociale resta, seppur con limiti che
sono facilmente intuibili, una delle peculiarità del mondo
dei soldati professionisti: al suo interno, le rigidi divisioni
di casta, lungi dallo scomparire, perlomeno si attenuano e giustificano
l’ascesa di uomini altrimenti condannati al sottopancia della
società.
2.2
e
compagnie di ventura non si possono dire un’istituzione del
Medioevo, e neppure un’istituzione moderna; proprie di un
periodo di transizione, di questo condividono il carattere eminentemente
temporaneo.
Lo spirito del nuovo Rinascimento italiano, tuttavia, penetra e
si manifesta anche in esse; le compagnie italiane, specie con la
presenza di Alberico da Barbiano, assumono una forma diversa. Mentre
le straniere sono comandate da un consiglio di caporali, ognuno
dei quali ha molta autorità sopra i suoi uomini, che possono
anche essere suoi vassalli, al contrario in Italia l’importanza
e la forza della compagnia dipendono dal valore e dal genio militare
di chi la comanda e in qualche modo quasi la personifica.
I soldati ,come scrive
P.Villari, obbedivano alla volontà suprema del capo,
senza però essere legati a lui da alcuna fedeltà o
sottomissione personale, pronti ad abbandonarlo per un capitano
più famoso o una paga maggiore. La guerra divenne l’opera
di una mente direttrice, l’esercito fu unito dal nome e dal
valore del capitano, la battaglia fu come una sua creazione militare
(…) Per molti lati la sua sorte ed il suo carattere
somigliavano a quelli del tiranno italiano. Alla testa di un’amministrazione
complicata e difficile, doveva ogni giorno pensare a raccogliere
nuovi soldati, onde riempire i vuoti che faceva nelle sue file non
tanto il ferro nemico quanto la continua diserzione e trovare ogni
giorno i danari, coi quali pagare nella pace e nella guerra i suoi
uomini. Egli era in continua relazione cogli Stati italiani, per
cercare condotte, per avere danari colle minacce o colle promesse,
per dare ascolto a coloro che, con maggiori offerte, volevano levarlo
al nemico (1).
R. de la Sizeranne, nella sua biografia
di Federico da Montefeltro, sottolinea ripetutamente questi aspetti
di autonomia, avvicinanandoli al concetto moderno di impresa intesa
come attività economica organizzata per la produzione di
beni o la fornitura di prestazioni specialistiche.
Il condottiero era (…)
un imprenditore militare, o, se si vuole, uno che conduceva truppe
al soldo di uno Stato, repubblica, regno o papato, e contraeva ferme
a tempo determinato per sé e per i suoi uomini. Non era pagato
in rapporto ai servizi particolari, battaglia vinta o città
presa (…) ma per anno o mese e secondo il numero di uomini
e di cavalli, di macchine e di armi che manteneva. Le sue truppe,
benché le arrolasse (…) lui stesso e ne fosse responsabile
non costituivano una sua forza personale. Il solo legame che le
teneva unite era la paga. Se i soldi tardavano a venire era lo sbandamento
completo. Ora, il condottiero non era tanto ricco da pagarle, altrimenti
non sarebbe stato condottiero, ma sovrano indipendente. A parte
un gruppetto di amici, parenti, gentiluomini alla sua scuola o veterani
che seguivano la sua fortuna, la sola forza che egli rappresentasse
era in lui: bravura, esperienza, conoscenze tecniche, prestigio
del nome e dei successi avuti, proprio come avviene per un architetto,
un imprenditore, un ingegnere cui si affidi un lavoro con la possibilità
di assumere operai e pagare i materiali. E non più di quanto
si penserebbe oggi di gridare al delitto o al tradimento dell’architetto
che, una volta costruitaci la casa, accettasse l’ordinazione
del nostro vicino – e magari rivale – non ci si indignava
allora se il condottiero (…) passava al nemico una volta terminata
la ferma (2).
 otto
il punto di vista dell’accentuata professionalizzazione dei
combattenti, questo è senza dubbio vero. Tra i condottieri
italiani si è sviluppata, per la prima volta dopo l’antichità,
una vera arte della guerra: essi riesaminano i problemi bellici
mediante criteri scientifici e, tenendo conto anche dello spirito,
delle aspirazioni, dei bisogni delle milizie comandate, li risolvono
perfezionando l’arte della manovra il che permette un maggior
risparmio e consente di affrontare le battaglie con piccoli reparti
di cavalleria pesante, economicamente distribuiti e con forti riserve,
destinati a intervenire solo nei momenti decisivi.
Quanto sin qui esposto, non deve comunque indurre a ritenere che
sia del tutto lecita la sovrapposizione tra la figura del condottiero
e quella del moderno manager: troppe sono le differenze, che affondano
tanto in ragioni culturali quanto in ragioni sociali. Se si possono
riscontrare affinità di tipo strutturale per quel che riguarda
l’approccio organizzativo o le modalità di reclutamento,
bisogna tenere bene a mente che il capitano di ventura, come del
resto l’architetto evocato dal de la Sizeranne, è figlio
del suo tempo e partecipa alla peculiare temperie che plasma l’uomo
del tardo Medioevo. Nei suoi comportamenti, nelle credenze, persino
nelle stereotipie, rintracciamo chiaramente motivazioni che nulla
hanno a che fare con l’indifferenza operativa dell’uomo
d’affari ottonovecentesco.
Il soldato professionista è un ibrido che, se rimanda per
sagacia e competenza tecnica ad una moderna immagine di esperto
del settore, è però attraversato da pulsioni tipicamente
medievali: è per natura un irregolare, apparentabile ai personaggi
che emergono dalle pagine di Villon, rammenta da vicino lo sbandato
Alain le Gentil descritto da Marcel Schwob nelle sue Vite immaginarie.
Altre, più viscerali urgenze sono spesso anteposte agli interessi
razionali del guadagno: il desiderio d’avventura, la rissosità,
il puntiglio d’onore, la vendetta feroce – né
d’altronde la stessa sete di ricchezze è padroneggiata
con l’astuzia pacata che siamo soliti associare al mondo degli
affari contemporaneo. Nei condottieri convivono due dimensioni antitetiche
e che di continuo tendono a sopraffarsi: da un lato l’aspetto
meramente professionale, dall’altro quello “vocazionale”,
una vocazione al vivere irrequieto, errabondo, che trae le sue origini
dalle profonde insicurezze del tempo.
I guerrieri di mestiere sono freddi e calcolatori, valutano il rischio
da correre in base a ciò che verrà loro nella borsa,
eppure sono pronti ad improvvisi colpi di testa, rivelatori di quanto
prepotentemente agiscano in loro ideali, corrosi senza dubbio, ma
ancora vitali: i cimieri, le orifiamme, i blasoni, i rituali complicati,
i tornei, le grida di combattimento sono evidenti segnali di come
l’esercizio della guerra pretenda avere un carattere spiccatamente
individuale, anche se poi è paradossalmente smentito dai
fatti.
Il capitano di ventura (già in questa definizione notiamo
una sfumatura quasi picaresca) è partorito dal connubio di
opposte polarità: le scorie residue dell’ideale cavalleresco
(scorie comunque avvelenate, come abbiamo visto seguendo le indicazioni
di Jacques Heers) e la potente molla di promozione economica e sociale
che fa dire ad Eustachio di Ribeaumont: “Je sui uns povres
homs qui desire mon avancement”.
Sono allora assai indicativi i principi pedagogici indirizzati agli
aspiranti combattenti del Cinquecento, e in toto segnalati da Gauthiez
nella sua biografia su Giovanni dalle Bande Nere (quest’ultimo
non a caso trasformato poi in eroe popolare fascista, anche a causa
di un certo peculiare stile di vita):
Chasse l’oysiveté,
la mère de tout vice,
et, grand seigneur, appren les mestiers d’un soldart;
sauter, luiter, courir, est honneste exercise,
bien manier chevaux et bien lancer le dart (3),
on
basta, perché con l’avanzare del secolo quindicesimo
vi è un’ulteriore percettibile modificazione del concetto
di condottiero, ed è una modificazione strettamente legata
all’affermazione dei vagheggiamenti umanistici.
“Le vittorie consistono in la virtù del capo et de
pochi electi et non in la moltitudine”: sono parole di Bartolomeo
d’Alviano in una lettera inviata al senato veneziano nel 1508
dopo la vittoriosa giornata di Tai di Cadore. Esse esprimono la
sua concezione, in perfetta coerenza con gli ideali del Rinascimento,
del condottiero come uomo superiore in grado di provvedere a tutto
e di trascinare la folla dei soldati con il suo carisma. Per lui,
come d’altra parte per molti altri capitani, la battaglia
è impeto, è un insieme di atti di valore personale,
coraggiosa ricerca dell’onore; onore vuol dire anche risollevare
le sorti del combattimento con un’impresa audace, trascinare
con l’esempio e la parola alla vittoria i soldati meno preparati,
impedire la fuga dei vili.
Sempre sulla discriminante della professionalità, vale per
il de la Sizeranne la distinzione tra buono e cattivo condottiero,
dove il secondo è colui che viola i suoi impegni, mette il
denaro della truppa in tasca, mantiene soltanto duecento cavalieri
quando ne ha promessi seicento, spende la loro rata per far dipingere
capolavori da Piero della Francesca, morde la mano che lo paga:
uno così è (Sigismondo Pandolfo) Malatesta. Il buon
condottiero è quello che rispetta le promesse, esegue tutte
le clausole del trattato, rifiuta di pranzare dal nemico, lo batte
talvolta, saccheggia solo le città della parte avversa, si
mette a massacrare coloro che proteggeva la vigilia solo quando
il contratto è scaduto ed è trascorso il giusto intervallo
per il rinnovamento della condotta. E’ il caso del conte di
Urbino (4).
Il condottiero, per ciò che
deve fare e per il suo tempo, è anche un uomo colto: colto,
ovviamente, d’una cultura specialistica, che presuppone l’insegnamento
pratico di un maestro e che include nozioni varie di arte della
guerra, di medicina traumatica, di poliorcetica, di ingegneria militare,
di fabbricazione e cura delle armi e degli strumenti d’assedio,
nonché informazioni sulle consuetudini giuridiche e feudali
del mondo laico ed ecclesiastico.
Molti sono ignoranti, illetterati, ma Federico da Montefeltro sa
di poesia e di patristica, colleziona (come Domenico Malatesta)
libri rari, meritando dal Castiglione il titolo di “lume d’Italia”;
Pandolfo Malatesta parla tre lingue e scrive in buon latino. Tra
i condottieri italiani in azione tra la fine del Trecento e il Quattrocento,
si annoverano poeti di alta, buona e media qualità quali
Bruzio Visconti, Astorre Manfredi, Antonio da Montefeltro, Andrea
Malatesta e Malatesta Malatesta (quest’ultimo non a caso detto
dei Sonetti); Costanzo Sforza ebbe anch’egli una certa fama
come poeta e molti altri come l’Alviano o i vari capitani
di casa Gonzaga sono amici di umanisti.
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