3. L’OPINIONE DEGLI
UMANISTI
3.1
iccardo
di Wassebourg è figlio di un soldato che ha affiancato il
duca Renato di Lorena, capitano generale dei Veneziani, nella guerra
di Ferrara (1482/1483) contro gli Estensi e i loro alleati. In Antiquitez
de la Gaule Belgicque riporta le impressioni del padre sull’energia
dei soldati lorenesi in tale conflitto e sulle reazioni da essa
suscitata:
Et eut, ditil en parlant du
duc, plusieurs rencontres contre ceux de Ferrare. Desquelz il eu
deffit beaucoup sans les prendre à merci, dont il fut merveilleusement
crainct de ses ennemis et desdicts Vénitiens. Car j’ay
ouy référer à mon père, qui estoit en
la compagnie dudict duc de Lorraine, qu’avant sa venue les
Vénitiens et Italiens usoient plus de guerre qu’ilz
appelloyent guerroyale. Prenans prissionniers les ungs sur les aultres
pour avoir rançon que de tuer les ennemis. Mais ledict duc
et les Lorrains faisoient le contraire dont lesdictz Vénitiens
commencèrent à murmerer et disoient entre eulx ces
Lorrains “amassadors” et n’avoient point cela
aggréable de paour que les ennemis ne fissent le semblable
(1).
Su una falsariga similare si pongono
le opinioni contemporanei, come testimoniato a metà Quattrocento
dalle osservazioni di papa Pio II nei suoi Commentarii:
Sono ben infidi le milizie
italiane del nostro tempo. Considerano lo stipendio alla stregua
di un guadagno di mercatura e, per evitare che tale guadagno venga
a cessare, tirano in lungo le guerre. Molto raramente si verificano
uccisioni in battaglia e coloro che son fatti prigionieri al massimo
perdono il cavallo e le armi. Ancor più raramente in una
sola battaglia si utilizzano tutte le forze. Se per caso le schiere
avversarie si incontrano e vengono a battaglia, i combattenti si
invitano a vicenda a non impegnarsi in modo tale da far cessare
ogni ulteriore ragione di guerra. Essi fanno mostra pubblicamente
di odiare il nemico, ma nascostamente lo amano (2).
Altrettanto
note sono le reprimende operate dal Machiavelli e dal Guicciardini,
che con parole altrettanto pesanti bollano l’attività
delle compagnie.
Possiamo oggi sostenere che si tratta in gran parte di interpretazioni
del fenomeno piuttosto ingenerose: tali autori, infatti, proprio
perché difensori appassionati delle loro tesi, finiscono
con il non comprendere la positività di alcuni interventi
in atto al loro tempo e si esauriscono in proteste e rimproveri,
rispettabili come manifestazione del loro stato d’animo turbato,
ma non altrettanto validi come contributo ad una corretta interpretazione
dei fatti.
La miopia di molti degli umanisti trova le proprie radici nella
grande distanza esistente tra l’elaborazione dei modelli ideali
e la truce realtà dei fatti: nelle loro affermazioni, infatti,
non rintracciamo soltanto severe considerazioni sulla dubbia moralità
dei capitani di ventura, ma anche riflessioni di carattere più
tecnico sulla conduzione della guerra stessa. La pretesa, tipicamente
rinascimentale, di tradurre in pratica il modello ideale si scontra
con il pragmatismo, non privo di sfumature anche bieche, di chi
dall’esercizio della violenza trae il proprio sostentamento.
Machiavelli afferma nel Principe che “la ruina d’Italia
non è causata da altro che per essere in ispazio da molti
anni riposatasi in sulle armi mercenarie”(3), ma la sua idea,
“bella e nobilissima”, di una “ordinanza dei battaglioni
della milizia” cozza immediatamente con una realtà
assai più composita ed infida delle astrazioni del segretario
fiorentino. L’organizzazione militare prescinde dai sogni
palingenetici, affonda senso e possibilità di riuscita nel
tessuto sociale e politico: in stati che ad ogni istante sono attraversati
da discordie vecchie e nuove, da litigi, invidie e incomprensioni,
dove l’alleato di oggi sarà con buone probabilità
il nemico di domani, appare ottima regola affidare il disbrigo dei
compiti bellici al condottiero, il quale, per poco fidato che sia,
ha comunque dalla sua la certezza del mestiere.
Scrive Pieri in Il Rinascimento e la crisi militare italiana
a proposito di Firenze e dei progetti machiavelliani:
Un’oligarchia di mercanti
e possessori di terre, sospettosa dei propri concittadini, diffidente
dei sudditi del contado, avrebbe dovuto reggersi con un esercito
costituito unicamente da questi ultimi, e inquadrato da elementi
eterogenei, toscani o no, ossia formato e diretto da gente di cui
ben dimostrava di non fidarsi. E questo avrebbe dovuto rappresentare
il tocca e sana rispetto alla poca fidatezza delle milizie mercenarie!
(4)
E ancora, abbastanza impietosamente:
La milizia del Machiavelli
non parve ai contemporanei nulla di straordinario, e il suo ricordo
si lega soprattutto alla fama letteraria e politica dell’autore;
la stessa elogiata arditezza profetica, anche se fuori dalla contingente
realtà, di sostituire a truppe mercenarie forestiere un esercito
di cittadini, spinti da ben diverso spirito nella difesa del patrio
suolo, non può che riferirsi a ciò che avrebbe potuto
essere la milizia nei suoi ulteriori sviluppi, non già alla
realtà storica di questa (5).
Nel ducato di Milano, del resto,
già dal 1472/74 si trova un saldo nucleo di milizia permanente,
legata al territorio, costituita dalla famiglia ducale, dalle lance
spezzate, dai provvigionati e dagli uomini d’arme di qualche
condottiero investito di un feudo. Le ulteriori forze integrative
sono da un lato i contingenti offerti dagli altri feudi lombardi
e le truppe a stipendio di alcuni stati vicini quali il marchesato
di Monferrato, quello di Mantova e le schiere di alcuni signori
romagnoli, dall’altro dall’arruolamento di nuovi provvisionati
e di “cerne” paesane raccolte e armate alla meglio.
Venezia, invece, sempre nel medesimo ambito, preferisce reclutare
prevalentemente condottieri fuori dai propri confini, non solo nelle
Marche, in Romagna e in Umbria, ma anche in Levante tra gli schiavoni,
i greci e gli albanesi. Osserva al riguardo Piero Pieri in Le compagnie
di ventura e l’avviamento degli eserciti mercenari permanenti:
Oltre le cernite, Venezia poteva
disporre dei “venturieri” e “partigiani”,
ossia di elementi volontari veri e propri, attratti da amore verso
lo stato, spirito d’avventura, desiderio di bottino: essi
rappresentavano una fanteria leggera, di tiratori, che specialmente
se adoperata nel proprio territorio, con la conoscenza del terreno,
poteva rappresentare un elemento utile (6).
E’ a Firenze, nello Stato
della Chiesa e nel regno di Napoli (dilaniato quest’ultimo
dalle lotte di fazione) che non esistono eserciti permanenti, perché
in tali stati è facile ricorrere al mercato e pescarvi mercenari
di buon valore.
3.2
 e
guerre italiane, nota J.R. Hale nel suo saggio War and public opinion
in Renaissance Italy, sono lotte per la sopravvivenza che si sviluppano
in ingloriose campagne difensive ed in battaglie inconcludenti.
La cavalleria pesante italiana è intenta solamente alla ricerca
della gloria ed è ansiosa di brillare agli occhi di un principe
che, molto probabilmente, è abituato a mutar partito e a
soddisfare la propria convenienza; in tal senso essa è uno
strumento meno efficace della consorella francese. Insistere sugli
aspetti negativi che caratterizzano gli eserciti italiani del tempo,
significa dimostrare che essi sono impreparati ad affrontare una
guerra con i vicini stati nazionali piuttosto che incapaci congenitamente
di contrastare gli avversari, come invece vogliono le lamentele
alla Machiavelli, basate prevalentemente sulla perdita da parte
degli italiani delle antiche virtù militari e sul vagheggiamento
di una mitica restaurazione morale.
L’handicap in ogni caso si rivela transitorio proprio su pressione
di alcuni capitani innovatori, quali Renzo di Ceri che “fu
il primo a formare un corpo di fanteria esclusivamente italiano,
così saldo da esser in grado di resistere ai formidabili
battaglioni degli Svizzeri e degli Spagnoli” (7). Di simile
tenore è pure l’operato di Vitellozzo Vitelli, i cui
fanti sono rappresentati nella loro essenza da P.Giovio nel seguente
passaggio:
Erano costoro huomini con la
zazzera semplice in habito contadinesco, e nell’aspetto quasi
di farsene beffe; ma con tanta ostinatione d’animo, e durezza
di corpo, e fede molto costante; e per lo molto amore, ch’essi
portavano a’Capitani loro, e desiderio d’ubbidirgli,
degni del nome d’ottimi soldati, e essi gli havevano armati
di spade, e di picche, secondo il costume della militia Tedesca.
Appresso havevan loro insegnato seguire l’ordinanza, accomodarsi
bene a certi suoni di tamburri, rivolgere e dirizzare la battaglia,
correre a guisa di chiocciola; e finalmente con molta arte ferire
il nimico; e diligentemente mantenere l’ordinanza. Et quello
che fu sempre di grandissima utilità in tutte le loro squadre,
havevano mescolato huomini di guerra essercitati nelle passate battaglie,
e molto valenti d’ingegno, i quali reggevano la moltitudine
(8).
3.3
 e
guerre del tempo sono sempre sanguinose, anche se ancora per tutto
il Trecento e il Quattrocento è più importante colpire
il cavallo, perché un uomo d’arme scavalcato, oltre
a rappresentare la possibilità di una grossa taglia da incassare,
perde gran parte della propria efficienza.
Il pericolo in battaglia è forte nei tempi antichi quanto
lo è oggi: le cifre delle uccisioni nei resoconti coevi sono
talora esagerate per difetto o per eccesso, specialmente se a rilasciarle
è il vincitore, ma rappresentano in ogni caso un parametro
da valutare attentamente. Non si può dimenticare che in questi
scontri effettivamente muoiono moltissimi uomini e che, in diverse
occasioni, quando la linea difensiva si rompe ed i soldati si abbandonano
alla fuga disordinata, i combattimenti organizzati razionalmente
degenerano in mattanze di incredibile ferocia. Il Sanudo, ad esempio,
calcola che in un solo assalto alle mura di Cremona del 1526 tra
morti in azione, feriti e malati, le perdite veneziane ascendano
al 22,2% delle loro schiere.
E’ noto come vi siano stati importanti combattimenti conclusisi
in modo sostanzialmente incruento: scontri di tale pasta sono quelli
Maclodio dell’ottobre 1427 e di Caravaggio del settembre 1448.
Si pretende con ciò che le battaglie in Italia siano poco
sanguinose e che da una parte e dall’altra l’obiettivo
sia precipuamente il fare più prigionieri possibile, al fine
di arricchirsi con la successiva riscossione di taglie e riscatti.
Se le lotte del tempo si fossero ridotte semplicemente a questo
avrebbero assunto un aspetto farsesco che, documenti alla mano,
purtroppo non ebbero affatto.
Si è calcolato che nelle guerre greche e romane il numero
di morti nell’esercito vittorioso sia pari in media al 5%
della forza originale, mentre di solito gli sconfitti perdono il
14% del loro organico. Un’incidenza superiore a questa di
almeno due o tre punti viene riscontrata dalla nostra indagine per
le battaglie del periodo preso in considerazione.
Nella tabella
11 si riporta un elenco di scontri, d’importanza
per lo più locale, con alcuni commenti stenografici relativi
alle perdite di uomini (in termini di mortalità e ferimenti)
così come riportate dalla memoria dei contemporanei. Tolte
le punte più anomale, l’incidenza della mortalità
è dell’8% per i vincitori, del 16% per i vinti, per
un totale medio dell’11%; con i primi anni del Cinquecento,
le medie s’impennano verticalmente, toccando medie ancor più
elevate.
Altri segnali in questa direzione sono dati dall’esame delle
rassegne che i capitani effettuano sulle proprie milizie con scadenza
all’incirca trimestrale: tali controlli evidenziavano con
quanta facilità si assottiglino i ranghi delle truppe nell’arco
di una sola stagione. Varie sono le cause che portano a questi improvvisi
sfoltimenti: il ritardo delle paghe, la morte in azione,le risse,
le condanne capitali per crimini, le diserzioni e le malattie endemiche
come la peste giocano ruoli diversi ma egualmente importanti nel
ridurre gli effettivi.
Se a tali elementi indiretti viene aggiunto anche il numero dei
feriti (quando fornito), si è vicini alle cifre fornite dallo
Hale in un suo studio, secondo il quale, almeno per i conflitti
di carattere internazionale della seconda metà del Cinquecento,
di quanti stavano con la guerra,
marciavano tra i suoi episodi, erano trasportati ad essa su navi
spaventosamente scomode e con poche provviste, dormivano nelle trincee
d’assedio e facevano da bersaglio sui campi di battaglia,
la metà moriva, la maggior parte a causa di germi, anziché
a causa delle pallottole (9).
3.4
l
tasso di morti in battaglia dei condottieri e dei capitani è
crescente nel tempo e risulta coerente con le informazioni precedenti:
per tutti assumere il comando non significa un beneficio senza obblighi,
bensì il più delle volte comporta il rischio di cadere
in servizio o, quanto meno, di risentire duramente della tensione
che si accumula anno dopo anno nelle loro ripetute esperienze di
combattimento. Molti tra loro muoiono al campo per malattia o per
cause legate, secondo le conoscenze mediche del tempo, allo sfinimento.
Tutt’altro che rari i casi in cui i capitani rimangono invalidi
o sfigurati in seguito ad un combattimento poco fortunato: è
certo comunque che i comandanti nella maggior parte dei casi condividono
con i propri soldati i rischi della prima linea e, anzi, è
assai spesso necessario il loro esempio forte per infondere il coraggio
necessario in una truppa altrimenti restia ad esporsi eccessivamente.
Dai profili dei 2215 condottieri presi in esame ne viene che solo
per il 60% di essi è nota la data della morte; per questi
ultimi, nella tab.12
si sono ricostruite le principali cause di decesso, che
si possono sintetizzare come segue:
la morte in battaglia o per ferite riportate in combattimento,
la morte per malattia contratta durante la campagna, che vanno dalla
peste (la più probabile) all’affaticamento fisico e
mentale;
l’assassinio motivato da faide familiari, le vendette private
e politiche, le risse occasionali;
la pena capitale o la morte in carcere per tradimenti veri o presunti;
la morte accidentale in giostre o tornei;
altre cause, comprensive di incidenti di caccia o naufragi.
Due osservazioni sono d’obbligo
nella lettura dei dati riportati:
il rapporto “morti in combattimento e per malattia”
rispetto al totale è crescente nel tempo come effetto dello
sviluppo tecnologico: è del 29,7% nel Trecento e si stabilizza
sul 41% nei due secoli successivi. Cifre tanto elevate testimoniano
l’incrudirsi progressivo dei combattimentiò. Le armi
più esposte al pericolo sono rappresentate dalla cavalleria
leggera e dalla fanteria (il 46,9% nel Cinquecento) a causa delle
trasformazioni della tipologia dei conflitti, che si basano sempre
più su continue operazioni di assedio (e quindi in perlustrazioni,
scaramucce ed assalti notturni) rispetto alla carica della battaglia
campale in cui si esauriva la funzione della cavalleria pesante
nei suoi anni d’oro.
Note
(1) Riccardo di Wassebourg. Antiquitez de la Gaule Belgicque, royaulme
de France, Austrasie et Lorraine. Parigi. 1549
(2) Enea Silvio Piccolomini. I Commentarii. A cura di L.Totaro.
Milano. 1984. Pag.691.
(3) Niccolò Machiavelli. Il Principe. I discorsi. San Casciano
val di Pesa. 1926
(4) Piero Pieri. Il Rinascimento e la crisi militare italiana. Torino.
1952. Pag.441
(5) Piero Pieri. Op. cit. Pag.442.
(6) Piero Pieri. Le compagnie di ventura e l’avviamento degli
eserciti mercenari permenenti. Bologna. Pag. 196
(7)Gustavo BriganteColonna. Gli Orsini. Milano. 1955. Pag. 97
(8) Paolo Giovio. Dell’istorie del suo tempo. Venezia. 1564.
Pag. 195
(9) John R. Hale. Guerra e società nell’Europa del
Rinascimento. BariRoma. 1973. Pag.128
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