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UNO STATO DI CONFLITTUALITA’ PERMANENTE
1.1
crive il Burckhardt
in La civiltà del Rinascimento in Italia:
Durante il Medioevo le città,
le famiglie e i popoli di tutto l’Occidente s’erano reciprocamente
assaliti con appellativi di scherno e di dileggio, nei quali per lo
più c’era un fondo di vero più o meno svisato. Ma
da tempo antichissimo gli Italiani si segnalarono nel saper cogliere
ed additare le differenze morali tra città e città e tra
paese e paese; il loro patriottismo, affatto locale, più vivo
forse che quello di qualsiasi altro popolo nel Medioevo, creò
assai per tempo una letteratura speciale e si alleò all’idea
della gloria (1).
L’affermazione di Burckhardt coglie
una delle caratteristiche più immediate delle lotte tra le città
comunali italiane: alla radice degli scontri tra le diverse realtà
cittadine vi è una marcatissima peculiarità culturale. L’effetto
primo è una sequenza pressoché infinita di guerre e guerricciole,
di battaglie occasionali, di scaramucce casuali ma pregne di conseguenze,
che insanguina l’Italia per quasi tre secoli: ma è altresì
necessario ricordare come tali conflitti sempre si accompagnino e si sommino
alle contese intestine che agitano violentemente la vita dentro le mura.
E non che l’esito delle faide e delle baruffe interne sia secondario:
in omaggio ad una prassi che è sentita naturale, in ogni centro
il partito sconfitto finisce con il chiedere aiuto a vicini rivali, approfondendo
e amplificando contrasti che insensibilmente perdono le iniziali connotazioni
locali per assumerne altre meno decifrabili, e che tendono, in modo tortuoso
e per nulla semplice ad interpretarsi, a sovrapporsi a problemi di politica
che con una forzatura potremmo definire “internazionale”.
E’ in questo contesto che devono essere analizzati i concetti di
“guelfo” e di “ghibellino” e le relative lotte
di fazione, tutti importati in Italia sulla fine del Duecento.
La loro contrapposizione designa e insieme maschera lotte religiose, politiche,
economiche che spesso non hanno legami precisi e immediati con il conflitto
tra Papato ed Impero.
Già verso il 1355 il famoso giurista Bartolo da Sassoferrato demistifica
tale contrapposizione nel suo Tractatus de guelphis et gebellinis, là
dove dichiara che le due denominazioni non riguardano né la Chiesa
né l’Impero, ma solo le fazioni che si trovano in una città
o in un dato territorio. Ciò è indubbiamente vero: il che,
tuttavia, non impedisce agli interessi organizzati di consolidarsi in
comportamenti uniformi, che tendono a durare nel tempo e a trasmettersi
attraverso le generazioni con progressivo arricchimento di linguaggio
e di mito.
Vendicare l’onore e il sangue versato, ritrovare l’antico
prestigio, innalzare ancora fiere bandiere sulle torri di castelli e alle
porte di palazzi, sono atti che funzionano come motivazioni forti attorno
cui aggregare la propria identità culturale, e nel contempo come
pretesti per mantenere vivo il conflitto perenne tra i partiti. Questi
ultimi trovano basi sicure nei gruppi familiari, saldamente radicati nelle
città da secoli, gruppi dalle molteplici ramificazioni, rafforzati
da una continuità dinastica, da numerose alleanze e da clientele
fedeli.
Accade, dunque, che ragioni squisitamente politiche siano compenetrate,
quando non offuscate, da meno razionali orgogli di casta: ma può
succedere anche il contrario, che dalla faida familiare si arrivi allo
scontro agganciato ai tempestosi rapporti che intercorrono tra papato
e impero; gli uni e le altre si congiungono comunque alle grandi questioni
che travagliano l’Europa.
Con il tempo, quindi, i termini di guelfo e di ghibellino assumono un
significato più densamente “politico”, in base al quale
i primi si tengono come obbligati a nutrire simpatie per la Francia, e
i secondi a sostenere la causa imperiale, specie quando a tale dignità
giunge Carlo V.
Assolutamente indicativo del doppio livello, locale e universale, su cui
è vissuta la lotta tra Papato e Impero, è il lambiccato
simbolismo cui è affidato il compito del riconoscimento delle parti
contrapposte. L’uomo del Medioevo vive in una foresta di simboli,
dove le bandiere, le armi, gli emblemi hanno un’importanza fondamentale:
le insegne, lungi dal limitarsi a rappresentare, partecipano di un’essenza,
sono il cemento che lega la comunità impegnata nella lotta. Nel
1400, ad esempio, in Lombardia i guelfi portano piume bianche alla tempia
destra e un fiore all’orecchio destro, e i loro ufficiali la banda
bianca; i ghibellini, di converso, hanno piume e fiore rosso alla tempia
sinistra, e gli ufficiali esibiscono una fascia rossa. Un secolo dopo,
in Romagna, dove il tempo della vendetta si confonde con l’eternità,
ancora i guelfi sono soliti sovrapporre all’orecchio destro medaglie
d’oro che cuciono ai berretti e ai pennacchi delle celate; i loro
avversari collocano gli stessi segni sulla sinistra, e tutti intendono
manifestare in tal modo agli altri le proprie inimicizie.
Questa contrapposizione ante litteram tra “destra” e “sinistra”
così viene sintetizzata in una relazione – riportata dall’Alberi
– del segretario della Serenissima Giangiacomo Caroldo sullo stato
milanese nel 1520:
ghibellini portano
la penna e divisa a mano manca, e i guelfi alla destra; e per questo portar
di penna sono seguiti molti omicidi. E così il primo dì
di maggio i guelfi piantano davanti le case l’olmo ed altri arbori
che hanno il nome, in genere, mascolino e i ghibellini in femminino, juxta
vulgare, come la rovere. Le armi de’ ghibellini hanno l’aquila
negra di sopra; quelle che sono di colori e metallo, sempre il colore
supera il metallo; e ne’ guelfi veramente il metallo supera il colore,
videlicet; se un’arma fosse mezza d’oro e mezza azzurra, la
ghibellina averia l’oro a banda sinistra e la guelfa a banda destra…Quelle
armi che hanno figure d’animali e d’altro dipinto secondo
il naturale sono ghibelline, come l’aquila negra in campo d’oro,
però senz’ale, in campo azzurro. I Fregosi portano l’arma
mezza negra e mezza bianca, il negro di sopra; i Martinenghi di Brescia
portano l’aquila rossa e sono guelfi; i Trivulzi portano i bastoni
d’oro e verdi, principiando dall’oro a banda destra;…la
famiglia de’ Gonzaga, ghibellina, porta quattro aquile negre; la
famiglia d’Este, guelfa, porta quattro aquile bianche; quelli da
Carrara erano guelfi (2).
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